Quei bambini “italiani” di Chernobyl

Fu necessario aspettare qualche anno dal giorno in cui ci fu il disastro alla centrale nucleare bielorussa, il 26 aprile 1986, ma quando la solidarietà verso i «bambini di Cernobil» prese il via, non si fermò più. Anche oggi, nonostante la crisi e il calo d’attenzione, proseguono i «periodi di risanamento» nell’aria pulita e con cibo genuino, in modo da rafforzare le difese immunitarie.

«L’idea fu di monsignor Luigi Di Liegro, con alcuni laici e parrocchie di Roma, oltre cento famiglie aderirono subito al progetto», ricorda Sergio De Cicco, presidente di Puer Onlus, la maggiore associazione che si è occupata e si occupa di accoglienza e di sostegno a distanza a bambini bielorussi. Il primo presidente di Puer fu Di Liegro. «Siamo arrivati ad avere 200 gruppi in Italia, in 23 anni – prosegue De Cicco – abbiamo accolto ottantamila minori». Grazie alle decine di associazioni che si sono costituite nel tempo, il fenomeno dell’ospitalità ha coinvolto finora 660 mila bambini» (nel corso del 2016 saranno 8000), mentre duemila sono stati adottati.

Sfuggono invece a stime precise i tanti che, dopo la maggiore età, sono stati invitati dalle famiglie per turismo o per proseguire gli studi qui. «La nostra Onlus – dice De Cicco – sostiene istituti e ospedali in Bielorussia, si occupa di cure mediche, supporta attraverso l’Università di Pedagogia e Psicologia Maxima Tank di Minsk famiglie con difficoltà sociali. I nostri volontari del Centro di Ecologia Umana individuano nelle “zone rosse” i bambini più bisognosi, che si nutrono di cibo proveniente dalla terra contaminata, li portano in Italia».

In Piemonte una tra le associazioni più attive è da sempre il Comitato Girotondo di Gassino Torinese. «Abbiamo scelto di “adottare” intere scuole – racconta Anna Rapalino – e di invitare le classi, con le maestre, per due mesi nel periodo primaverile. Ogni due anni i bambini cambiano, ma vengono tutti, anche quelli con situazioni familiari ed economiche difficili: siamo una comunità di famiglie che accoglie una comunità di bambini che continua a portare avanti i suoi programmi scolastici, ma in un ambiente salubre e molta amicizia intorno».

Sviatlana

“NELLA MIA NUOVA VITA C’È ANCHE LA LAUREA AL POLITECNICO DI TORINO”

È nata un mese e un giorno dopo il disastro di Cernobil Sviatlana Aheichyk, il 27 maggio 1986. Ma di quanto era accaduto, delle conseguenze sulla popolazione, «Svieta» ha saputo solo alla vigilia del suo primo viaggio in Italia, nel ’97. «Con mio padre raccoglievo funghi e frutti di bosco, tutto il villaggio lo faceva, nessuno si preoccupava», racconta la giovane architetto laureata al Politecnico di Torino. «Sono nata e vissuta a Minsk fino ai 14 anni, poi ci siamo spostati in una zona più colpita. Durante il viaggio ricordo un villaggio raso al suolo: le autorità convincevano la gente a lasciare le case, abbattendole fino alle fondamenta».

Quando aveva 9 anni «Svieta» fu portata dalla madre, rimasta sola con tre figli, in uno degli istituti che partecipavano ai programmi di sollievo in Italia. «Sceglievano i piccoli, mia sorella, più grande di me, non fu presa. Quando arrivai qui tutto era strano. La mia sorellina italiana all’aeroporto mi prese la mano e non mi lasciò più. Erano sconosciuti, ma dolcissimi».

A Castiglione, in casa di Giovanni Golzio e Paola Poli, Svieta scoprì che i suoi “genitori” avrebbero voluto tre figli e che tutti avrebbero dovuto avere un nome con la «S» iniziale. «Avevano Serena e Simone, che io fossi Sviatlana fu un segno. Certo, erano strani, parlavano forte, gesticolavano. Ma quelle tavolate con zii, cugini e nonni, per ragazzi come me, reduci dal comunismo, dove ognuno stava per conto proprio, erano un sogno». Svieta è tornata per quattro primavere. «Finita la scuola, a 18 anni, la mia famiglia italiana mi ha proposto di venire a studiare qui, una grande opportunità: in Bielorussia la situazione non è facile».

Alessandro

“DA UN ORFANOTROFIO AI REGALI PIÙ BELLI: L’AFFETTO E L’ADOZIONE”

Alessandro Allais ( in una foto del 1998) mentre mangia un gelato con la sua famiglia italiana a Gassino, nel Torinese

Alessandro Allais, «Sasha», 27 anni, era entrato all’orfanotrofio di Berizino, 30 chilometri da Minsk, a 9 anni, dopo la morte della madre. Nello stesso anno, il ’97, il suo primo soggiorno a Gassino con il Comitato Girotondo, a casa di Bruno Allais e Anna Soda, pensionato Atm lui ed ex impiegata lei, un figlio ormai grande, Luca. «Per noi – ricorda Alessandro – l’Italia era il paradiso. Quando ci sono arrivato ho capito che sarebbe stato il sogno di ogni bambino bielorusso. Dei problemi di Cernobil sapevo perché nell’istituto ero diventato amico della bibliotecaria. Quando ero solo andavo da lei e lei mi raccontava. Poi, in istituto era arrivato un ragazzo a cui erano morti i genitori per le radiazioni e lui era vissuto solo per otto anni da quando ne aveva 5…».

Dei primi giorni in Italia – dove fu subito visitato alla tiroide e ai denti -, oltre all’affetto dei genitori Sasha ricorda «che era Pasqua e ad aspettarmi c’erano due uova di cioccolato. Il secondo giorno, siccome avevo le scarpe rotte, papà mi portò in un negozio dove c’era un’enorme possibilità di scelta. Uno dei momenti più belli della vita». Anche mamma Anna lo ricorda: «Decidemmo di comprargliene due paia, ma lui non capiva. Non voleva posare il primo, temeva che volessimo prenderglielo».

Anna racconta l’adozione: «Sasha, con cui è stato amore a prima vista, era nella lista delle adozioni internazionali. Con mio marito riflettemmo, facemmo le pratiche e solo dopo ne parlammo con lui, quando lo invitammo a Natale. Lui pianse: “È un bellissimo regalo” ». Alessandro è diventato perito all’Istituto Avogadro, lavora come montatore di macchine laser in una grande azienda torinese. E scrive poesie.

Katia

“DIVENTERÒ MEDICO COSÌ RESTITUIRÒ AGLI ALTRI L’AIUTO CHE HO RICEVUTO”

Katia Veko (prima a destra) ha 19 anni, viene in Italia ogni anno da quando ne aveva 7: è iscritta a Medicina

Katia Veko viene in Italia ogni anno da quando ne aveva 7. Oggi ne ha 19 ed è iscritta alla facoltà di Medicina di Gomel grazie a una borsa di studio italiana, del Comitato Girotondo. «Nei primi tempi – racconta al telefono – mi fermavo due mesi a Gassino. La prima volta ho avuto tanta paura per la lingua e perché non conoscevo le persone. È stata dura, ma la famiglia era molto gentile, andavo a scuola e in fondo era un po’ come essere a casa. Adesso vengo ogni anno d’estate per due settimane, la mia famiglia italiana da molti anni è la stessa che ha anche ospitato mio fratello, è venuta in Bielorussia a conoscere mio padre. Abbiamo rapporti stretti, via Skype ci parliamo tutti i giorni». Con Silvia Luzzatto e Federico Manassero, e il loro figlio di 16 anni, Katia è andata alla scoperta del nostro Paese. «Sono fortunata, siamo stati a Venezia, ad Ischia, in Sardegna. Posti bellissimi. Ma anche l’aria è preziosa. Quando scendi dall’aereo ti accorgi subito della differenza rispetto all’aria della Bielorussia. Quando ero piccola ricordo molta gente malata, con problemi alla tiroide. Adesso per fortuna la situazione è migliorata».

Katia spiega che il va e vieni dall’Italia non è sempre stato facile: «Quando tornavo a casa pativo il contrasto tra la grande città e il paesino dove abito. Invece, a Torino, mi spiaceva che le persone mi chiedessero se da noi ci sono le auto, i frigoriferi… Mi faceva soffrire un po’. Ma è in Italia che ho imparato la generosità, la bellezza dei rapporti umani, che ho imparato a guardare davvero le persone, a pensare di aiutare chi non ha possibilità. Deriva da tutto questo la mia scelta di studiare Medicina».

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